il primo ballo. l’ultimo

Sono alle medie e non sono una delle più carine. Lo sono stata a sprazzi alle elementari, lo sarò dopo il ginnasio, ma alle medie no: in quegli anni lì sono una di quelle invisibili, una di quelle ragazzine che non hanno la minima idea di come sistemarsi, di come mettersi e di cosa pensare davvero. Mi piace ancora giocare a bandierone in giardino, detesto fare pallavolo con le altre femmine epperò, anche se mi scoccia ammetterlo anche solo con me stessa, ho la rabbia verso una mia amica perché a lei son già venute le sue cose e a me no e penso che lei abbia un dolce segreto e io no.

Perché le cose devono cambiare? Vanno bene così, accidenti. Perché le cose ancora non cambiano? Non voglio restare indietro.

C’è da dire che un ammiratore ce l’ho comunque: lo sfigato maximo della mia classe, Nicola Ombato, che, poveretto, parte male già dal cognome poco eufonico. Si è preso una cotta per me in prima e la cosa mi rompe moltissimo perché:

1- che il peggio elemento della classe debba venire dietro proprio a me, è altamente dequalificante

(una volta l’aveva addirittura scritto in un tema io da anni sono innamorato di Clotilde Troll, così, letterale, con nome, cognome e drammatica specifica temporale spatafiati sul foglio consegnato senza timore alla Tanzi, la prof di italiano che, ridandoci i compiti, se ne era uscita con un sibillino “E noto con piacere che stanno sbocciando i primi amori”: ne era venuto fuori un bordello, con l’Adriana, la mia compagna di banco, che aveva capito al volo chi avesse scritto cosa ed essendo una spanna più alta di Nicola e di molto più forte, gli aveva strappato il tema davanti a tutti e posto nelle mie mani le righe incriminate, come orecchie di drago da attaccare al diario per lavare l’onta che lui avesse osato dire in pubblico la sua passione per me. Io quella volta mi ero sentita un po’ in imbarazzo, per la verità, perché il gesto della mia amica era stato davvero esagerato e umiliante, ma, oh, alla fine la colpa era di Nicola che non avrebbe dovuto permettersi di venirmi dietro, ecchecavolo);

2- mi dà fastidio questa cosa di essere vista come una femmina: io sono io, mica una di quelle smorfiosette che si truccano e si guardano allo specchio tutto il tempo. Con un’unica fondamentale eccezione: mi guardasse in quel modo anche solo per un microsecondo Andrea Tulli, che mi piace moltissimo, sarei in paradiso, ma il Tulli dagli occhi verdi e il viso grazioso frequenta la Claudia Ferrari, la biondina più carina della scuola, una che si mette il rossetto e le gonne e i vestitini della Naj Oleari. Quella piccola troia, come la odio.

Anche io e l’Adriana però siamo una bella coppia: ottimi voti e caratteri complementari, lei capetta indiscussa delle femmine, io suo moderato braccio destro. Siamo anche molto amiche dei maschi, a differenza delle altre: lei perché è vicina di casa di un paio di loro, io perché sono l’unica a non far religione e non faccio religione insieme a Matteo Bucci, con cui siamo stati anche in banco insieme in seconda.

Io però sono più brava di lei in italiano: la Tanzi ogni volta chiama fuori i due migliori a leggere ad alta voce il proprio tema e io sono sistematicamente una dei due.

All’inizio odiavo questa cosa: per me che sono timidissima, stare in piedi davanti a tutti a leggere le robe mie era un vero supplizio, ma poi avevo cominciato ad accorgermi che i miei temi non piacevano solo alla prof, ma anche agli altri: quando uscivo capivo che stavano ad ascoltarmi, sentivo il loro silenzio e, se qualche volta trovavo il coraggio di alzare gli occhi, li vedevo che non stavano scrivendo bigliettini scemi, o finendo il problema di mate, o disegnando con l’uniposca sul banco, ma che stavano seguendo le mie parole. E questo mi era di grosso orgoglio.

Facevo temi a volte seri, ma più spesso buffini, in cui raccontavo le cose buffine che mi capitavano e che magari capitavano un po’ meno agli altri, come prendere l’aereo, andare in giro con una macchina con la targa del Kuwait, ricevere in regalo una pallina da un famoso giocatore di golf, allevare un cucciolo di merlo caduto dal nido, cose così.

Un giorno faccio un tema su Agassi: io gioco a tennis e a casa ho due album pieni delle sue foto ritagliate dal Tennis Italiano che compro ogni mese. Mi piace tanto tanto ed è in finale al Foro Italico, ma la partita viene clamorosamente disturbata da un elicottero che gira di continuo sul campo e Agassi si infastidisce, si deconcentra e rischia di perdere, ma lui è bravissimo, bellissimo e simpaticissimo e vince.

Appena finisco di leggere l’ultimo issimo accade una cosa: dal fondo dell’aula si sente una voce che dice “Povero Andrea”.

Due parole e poi il silenzio. Un silenzio solo un poco diverso dal silenzio di prima. Non so chi sia stato ma mi sembra di aver capito bene quello che ha detto. Sbatto gli occhi, faccio finta di niente, finisco di leggere e me ne torno a posto. Intanto mi chiedo se ho davvero sentito quello che credo di aver sentito: Andrea? Andrea! Ma cosa? Come? Si fosse trattato di un povero Nicola avrei anche capito, ma povero Andrea? Sono scossa. E poi, a pensarci bene, la voce sembrava proprio quella di Nicola. Per fortuna che sono gli ultimi minuti dell’ultima ora e me ne posso andare via in fretta.

Ci rimugino su per tutto il pomeriggio, possibile che. Possibile che io. Possibile che io piaccia. Ad Andrea? Maddai. Non scherziamo.

Vabbè, stare nel dubbio non si può mica, però non ho il coraggio di chiedere all’Adriana se ha sentito anche lei, non mi va di farle capire che sono completamente in subbuglio, nessuno sa che mi struggo su tutte le foto delle varie gite che abbiamo fatto in questi tre anni in cui c’è Andrea: ufficialmente a me piace Luca Boeri, che è il secondo nella lista dei due che mi piacciono, ma siccome non mi piace poi così tanto non ho problemi a dirlo in giro, invece Andrea è una cosa completamente diversa, una cosa solo mia.

Lascio passare qualche giorno fino a giovedì, che è quando io e Matteo non facciamo religione e stiamo un’ora con l’onnipresente Tanzi a fare educazione civica.

Mentre torniamo in classe e siamo da soli, gliela butto lì “Oh, ma l’altro giorno mentre leggevo il tema, hai sentito cos’ha detto Nicola?” “L’hanno sentito tutti, Andrea voleva picchiarlo” “Ah, perché?” Matteo esita per un attimo, è amico di Andrea ma anche mio, vedo che non se la sente di dirmi una balla “Tu gli piaci” “Ah”. Faccio finta che vada tutto bene, entro in classe e filo al mio posto. Fa caldo.

E poi, poi non succede nulla: Andrea non mi telefona a casa, non mi invita a fare l’intervallo insieme, non arriva in classe con enormi mazzi di rose e non mi si inginocchia davanti, davanti a tutti, come vedo chiaramente nella mia testa ogni sera prima di addormentarmi. Però non lo si vede più in giro con la Claudia Ferrari e io son tutta contenta e per la prima volta mi guardo nello specchio del bagno e mi sistemo un pochino i capelli.

Solo due settimane dopo, alla festa di fine anno un pomeriggio a casa della Adri, mi chiede di ballare insieme e balliamo insieme una canzone di Eros Ramazzotti e Patsy Kensit che, a sentir lei, si intitolerebbe “La luce puòna dele stèle”. Ma c’è poco da far la spiritosella perché quello è un primo ballo sì, ma anche un ultimo: siamo in terza, a settembre andremo in licei diversi, abitiamo lontani, le nostre mamme non si conoscono e tutto, ma proprio tutto congiura a separarci.

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19 risposte a il primo ballo. l’ultimo

  1. mokassino ha detto:

    Eros Ramazzotti era troppo sdolcinato per un adolescente che voleva darsi delle arie da duro. Però le femmine lo adoravano e ciò comportava necessariamente un certo ascolto anche controvoglia.
    Tutto è cambiato quando ho visto, forse l festivalbar, Ramazzotti con la Patsy Kensit che io chiamavo Patty Kensit.
    Lei era una figona galattica e aveva questa voce bassissima un po’ sussurrata. Quando in un punto della canzone diceva ‘Came true’ aspirando la C e spingendo la nota, mi partiva in tromba l’ormone. Erano tempi di grandi amori. Si diceva a parole di voler ascoltare e ballare solo rock’n’roll ma in realtà non si apettava altro che venissero messi su questi lentoni per potersi avvinghiare a chi ti piaceva. Erano i tempi dell’ Amarti è l’immenso per me.

    • clotilde troll ha detto:

      Non avrei saputo dirlo meglio. Tra l’altro loro due come coppia sono quantomeno improbabili: lui con quella faccia da babbeo totale e lei con l’espressione annoiata di una che è stata costretta dalla casa discografica (E HA 5 ANNI MENO DI LUI? cacchio, sembra la sua babysitter!!)

  2. pendolante ha detto:

    Non hai idea della matea di ricordi che mi hai scatenato…

  3. raffaella ha detto:

    Uhhhh come me la ricordo quella canzone. Io facevo il secondo anno allo scientifico, ero completamente imbranata. Mio padre era morto da due anni e ero in costruzione con un’identità rotta. Ricordi. Quanta acqua sotto i ponti, da allora!!!!!!!!!!!!!!!!
    Raffaella

  4. carcarlo ha detto:

    Vorrei, ma non ho la forza. Qui ci stai facendo ripercorrere la tua vita sentimentale dall’asilo all’università.
    Saltando sistematicamente le parti più interessanti per concentrarti sulle inutili feste delle medie. Io le medie le ho odiate. Un periodo orrendo.
    [abbiamo due braccia, due mani, due gambe due piedi due orecchie e un solo cervello – in due, temo]

  5. carcarlo02 ha detto:

    non sono capace di disegnare nei commenti.
    E se pure fossi capace, si tratterebbe di disgni che non passerebbero il vaglio della tua impenetrabile censura.
    Se proprio ci tocca sorbirci la tua educazione sentimentale dalle origini a oggi, che almeno le parti noiose siano brevi. Su.

  6. blanconejo ha detto:

    “raccontavo le cose buffine che mi capitavano” vedo che anche adesso… 😉 ho avuto la fortuna di ballare il ballo clou sulle note di “Mandy” di Barry Manilow. Son cose.

  7. masticone ha detto:

    bellissimo
    ho scritto anche io qualcosa sulle medie
    cazzo le odiose medie
    tu almeno sei stata bruttina (e non cic redo) solo allora
    pensa a noi che non siamo mai cambiati

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